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Cronaca: “L’evasione del detenuto e un nuovo sistema carcerario”

Un uomo può commettere un reato. Può essere più o meno catturato dalle forze dell’ordine e poi, dopo debito processo, essere punito per quel reato.
Se si tratta di un reato grave o meno, a cui fanno ammenda le capacità giuridiche del corpo dei giudici che lo condanna gradualizzato al fatto commesso, è una questione fuori da queste righe – anche se avrebbe bisogno di un approfondimento.
Quello che si vuole mettere in evidenza è quanto sia adeguata la eventuale detenzione che un soggetto condannato deve scontare. In soldoni: serve a qualcosa il carcere?
Oggi il killer del catamarano ha fatto di nuovo parlare di se. Soprattutto, e qui si viene incontro, perché è evaso per ben due volte in occasione della sua sentenziata detenzione in carcere. Se un uomo del genere può tranquillamente evadere, e non si tratta di Arsenio Lupin, a che scopo usare il carcere come mezzo di redenzione, se così la si può chiamare?
Molto probabilmente il concetto di condanna dovrebbe essere aggiornato alle nuove realtà. Perché sotto un certo aspetto può essere castrante non solo lo stare in cella, ma magari dover stare a piede libero con innumerevoli privazioni. Cioè costruire un sistema carcerario fuori dalle prigioni, con castrazioni che coinvolgono più della libertà di movimento. Si può partire dai social network fino ad arrivare alla tracciabilità via satellite di ogni singolo detenuto, monitorato giorno e notte nella vita comune.
E oltre a quel monitoraggio si può aggiungere la singola condanna, cioè la privazione singola a cui si deve andare incontro.
Se adesso il sistema sanitario sempre più “dirige” i propri malati da casa loro, non si può oltre ai domiciliari creare nuove forme di detenzione che permettano costi sostenuti del sistema carcerario con i detenuti fuori dal carcere?

Jolly: “Una frase su un morto detta dai suoi assassini”

Nella maggior parte dei casi sono cose che si dicono da bocca a bocca. Che non finiscono in un servizio televisivo o, senza nulla togliere a Bruno Vespa, sul maxischermo dei titoli di una delle puntate di Porta a Porta. In questo caso, invece, hanno fatto il giro del circo mediatico totale, sperando non quello estero per la vergogna facilmente concepibile: “Abbiamo ucciso Luca per provare l’effetto che fa”.
In questo caso sarebbe facile fare gli adulti della situazione e dire che si tratta di due immaturi. Che l’immaturità sempre più sguazza e si diffonde nel paese, ecc…
Ma qui il tentativo vuole essere diverso. Scavare dove magari non lo si è fatto. E cioè nell’analizzare la frase sopra riportata. A pezzi.
Il primo è “Abbiamo ucciso Luca”. Una frase con un soggetto verbo e complemento oggetto. Ma di solito certe frasi le si estorce ad un accusato. A scanso di errori di cronaca, la confessione è stata piena. E qui scatta un altro particolare: si è persa la percezione del valore della vita? Oppure è una delle tante cose ritenute oramai come merce da social network?
Il pezzo successivo è “per provare l’effetto che fa”. Si tratta della parte che fornisce la motivazione al tutto, a ciò che è successo. Qui inizierebbe una grossa disquisizione. Ma si può fare esercizio di sintesi con una domanda: è la noia o è qualcos’altro che porta delle persone a fare quello che fanno? Perché se si trattasse di qualcos’altro esistono gli psicologi a cui fare affidamento. Se è la noia, vuol dire che c’è un grosso fallimento nella generazione dei genitori che adesso sta agendo se non nel paese Italia in tutto il resto del mondo. Un fallimento perché si è mancato nell’istillare il senso del rispetto di determinate cose in quanto sacre, come la vita.

Esteri: “Il bacio della discordia e la socialità eterosessuale”

“Un bacio è troppo poco”, cantava Mina nell’album “Mi sei scoppiato dentro il cuore”. E oggi il sito de “La Stampa” mette in taglio alto un video che di per se è certamente un bacio, data la citazione iniziale, ma non è un bacio come molti altri. E’ il bacio pubblico di due marinai festeggiato ed applaudito e addirittura filmato e fotografato. (Il video)
Non si tratta dell’Italia nel caso del video. Ma chissà come mai molti militari, italiani e non solo, che hanno visto questo video pagherebbero oro per essere al posto di quei due marinai con il proprio compagno-commilitone.
Solo che la tradizione machista che impera dove c’è tutta l’invidia di quanto sopra impedisce questi comportamenti. E’ giusto che certe cose succedano anche qua? Uscendo leggermente fuori target bisognerebbe che venisse alla luce la nuova cultura LGBT. Cioè tutto quello che è necessario decodificare per dare agli etero tutto quello che gli appartiene e dare ai gay e alle lesbiche la propria fetta di società.
Qui bisogna chiarirsi: per fare in modo che anche in Italia due gay maschi che stanno insieme e sono perfino all’interno dell’Esercito Italiano si possano baciare tranquillamente ci vuole l’istituzione che li consacra. Cioè quel costrutto sociale che li legittima all’interno del mondo di appartenenza.
Altrimenti è un bene che certe cose non possano accadere, perché non c’è piena maturazione della società in cui succedono.
E’ lo stesso di quando si inventa un piatto nuovo e si cerca un nome per denotarlo: fino a quando le coppie gay non avranno la loro fetta di cultura sociale più precisa di quanto possa essere quella in cui vivono in questo momento, ed aderente con precisione alla cultura etero, non si potrà pretendere nulla dalla società. Perché questa avrà sempre paura di essere usurpata della propria cultura sociale.

Cronaca: “Una giovane donna di 12 anni e il bullismo”

Sembra strano che a 12 anni si possano avere delle tendenze suicide. Ma, purtroppo, al fondo del barile non ci si arriva mai, pur scavando e scavando. Questa notizia, e del link si consiglia la lettura, è il chiaro esempio di un paio di cose.
La prima è che una volta, sotto considerazione dei genitori e degli adulti più che dei bambini, quella che si può chiamare una coscienza sociale non esisteva. Si era degli ometti o delle signorine e la cosa finiva li. Oggi il tempo della società e della socialità arriva prestissimo, forse troppo presto.
La seconda cosa riguarda il gruppo in cui alle volte, proprio malgrado, si è inseriti. Si potrebbe pescare dalla letteratura Dickensiana per trovare dei metri di paragone, cioè il fatto che ogni età trascina con sé regole e comportamenti tipici. Come quello del bullismo, in questo caso ancora da confermare visto che c’è una indagine in corso. Però oggi c’è la psicologia che aiuta più della letteratura a comprendere di cosa si sta parlando. Quindi si può passare da un romanzo dell’ottocento ad un libro di educazione contemporaneo, per dire che il gruppo e la sua etichetta, forse oggi più di ieri, hanno una importanza davvero capitale.
La terza cosa, e in questo caso l’ultima, riguarda la coscienza che sembra esserci oggigiorno nei figli adolescenti o pre-adolescenti moderni. E’ impressionante aver letto nella notizia che la premeditazione era di una settimana. Quasi fosse necessario preparare l’atto da compiere. Non denota questo una maturità, o una forma di essa, che altrimenti si troverebbe negli adulti più attempati, e non in una chiamabile bambina?
Alla fine, ciò che veramente si può dire che conti, è che il bullismo e le sue forme derivate non sono un atto statico. Bensì dinamico, che evolve. Tanto nelle vittime quanto nei cosiddetti carnefici. E proprio per questo non si dovrebbe mai finire di studiarlo, di analizzarlo pezzo per pezzo per smontarlo definitivamente…

Sport: “Il calcio che ricomincia… e si fa vedere”

Le vacanze di Natale e Capodanno hanno fatto il loro corso. E adesso, sui campi di calcio, si ritorna a sgambettare allegramente, e soprattutto capillarmente, visto che uno stadio vuoto sono soldi che vanno in fumo.
Che il calcio sia soprattutto un business è il segreto di Pulcinella. Ma sotto sotto viene difficile pensare che chi se ne sta ogni santa giornata di campionato a fare avanti e indietro sul campo da gioco non abbia un germe di passione. Non abbia, detto più semplicemente, la voglia di giocare. Il fatto è quando questa voglia di giocare la si conta in banca, in moneta sonante. Alle volte superando il limite massimo della capacità di spesa personale.
Cioè: si diventa ricchi, pieni di soldi. Che devono servire a qualcosa, altrimenti non si giocherebbe nemmeno.
C’è chi investe i soldi nelle imprese, chi in economia. Ma per la maggior parte si spendono i soldi per farsi la casa. E tra i tanti calciatori che esistono si può trovare chi la mostra alle telecamere delle televisioni. Cristiano Ronaldo, in un Video rilanciato dal Corriere Della Sera,  ha fatto questo: ha mostrato a tutti la sua lussuosissima villa.
E’ forse da condannare uno come lui?
Magari si, magari no. Da un lato non si può negare la legittima libertà di fare quello che si vuole con i propri soldi. Dall’altro versante c’è però una responsabilità che viene difficile negare platealmente, cioè l’essere un esempio per tanti tifosi.
E se tu sei l’esempio per persone che in certi casi raschiano il fondo del loro personale barile per venirti a vedere allo stadio, dovresti per lo meno avere un senso della moderazione più alto, più acuminato. Dovresti far passare il messaggio che anche se si hanno i soldi non li si butta dalla finestra per qualcosa che supera la soglia della sufficienza. Si può ottenere una casa accogliente, come tanti programmi sull’arredamento insegnano, con poco. Alle volte con niente. E non suscitare, con derive pericolose nelle case da gioco e da scommessa, l’istinto di cercare ad arrivare ad un risultato simile. Quando per la maggiore si è un semplice operaio con famiglia a carico.
Però a questo punto bisogna fare un conto. Il resto dei soldi, se non si li spende per se stessi, dove lo si potrebbe mettere? Di certo non tutti in banca, a fare la muffa. E di certo non buttati nel cesso in imprese di cui ci si interessa poco, e che le si mette, novanta su cento, in cantiere solo per fare scena.
Un pezzo lo si potrebbe, volendo, mettere al servizio del proprio prossimo. Di chi potrebbe vivere onorevolmente con una manciata scarsa, alle volte scarsissima ma veramente scarsissima, di quello che tu calciatore guadagni in pochi mesi. Non si vuole fare per forza del buon samaritanesimo. Ma un occhio abbondante a tante realtà che con poco farebbero tanto lo si potrebbe dare…

Esteri: “Una copertina molto diplomatica”

angela merkel

La persona dell’anno 2015 per Time è Angela Merkel

Citando testualmente da Le Notizie di Cronaca:

”Tra gli altri candidati Abu Bakr al-Baghdadi dello Stato Islamico, il candidato alla nomination repubblicana per la Casa Bianca Donald Trump, il ceo di Uber Travis Kalanick e il presidente dell’Iran Hassan Rohani”.

Come giornale, Time ha sempre abituato il suo pubblico a copertine di un certo spessore. Questa volta, per il personaggio dell’anno 2015, si è pensato High Profile per i candidati, ma Low Profile per la scelta. E non si poteva fare altrimenti.
Dire che lo Stato Islamico fosse qualcosa da ricordare sarebbe stato leggermente pesante, oltre che osceno. Intralciare una elezione poteva sapere di fazioso. Dare del bravo ad un servizio che qui in Italia ha portato alla rivolta degli autisti privati dei taxi, se non anche in altri paesi del mondo, avrebbe fatto crollare le vendite della rivista dato che Uber è qualcosa di molto pervasivo nel mondo. Angela Merkel, invece, è praticamente perfetta: non da noia come altri personaggi scelti.
Porterà la sua brava dose di scandalo dove agisce, visto che la premiata, per alcuni in Europa, è la infausta direttrice e fautrice dell’austerità. Ma altrove non potrà che essere salutata come la perfetta candidata ad una carica che dà una certa notorietà, ma assolutamente temporanea.
Il motivo è molto semplice: le copertine di Time sono come i vincitori del Festival di Sanremo. Si fa festa sui giornali quando succede, nell’immediato. Poi, quando il tempo passa, sono solo i redattori dei giornali che se ne ricordano. Le persone normali, prese dalla vita comune, hanno altro a cui pensare.
Per gli altri candidati scelti la temporaneità non sarebbe funzionata? Più che altro un Capo di Stato rimane nel suo stato. Le altre candidature avrebbero ricevuto un effetto rimbalzo davvero forte. E se non il personaggio, quello che rappresentano. Eventuali Capi di Stato più sconosciuti non avrebbero scatenato i media del mondo come Time cerca per la propria notorietà.

Sport: “Giocare a calcio e fare benficenza si uniscono, ma in modo del tutto particolare”

sacchetto-di-denaro_17-915191915La notizia 
Di certo se ne sentono tante sul calcio che fa beneficenza. Ci sono squadre professionistiche che si dedicano singolarmente ad aiutare i più bisognosi. Ci sono delle squadre di gente che nella vita fa tutt’altro rispetto al calcio professionistico, le quali ogni tanto fanno spettacolo sul campo giocando tra di loro e cercano nel loro pubblico un modo di raccogliere fondi a scopo benefico. In questo caso una serie di squadre di tipo internazionale, ha unito le due cose.
Nella prima giornata di Champions League, la Juventus in Italia e le altre squadre il giro per il globo appartenenti alla Lega hanno regolarmente giocato la propria disputa. E si sono racimolati 1,3 milioni di Euro con il progetto “90 Minutes for Hope”, cioè una adesione da parte del pubblico pagante alle partite sopradette.
Questi soldi raccolti verranno destinati, come dice il testo de La notizia, a progetti umanitari per i migranti tramite “Save the Children” e l’agenzia Unicef.
E’ ammirevole che il mondo del calcio voglia essere al fianco di tutta quella gente che prende armi e bagagli, se non una delle due cose quando nessuna, e va alla ricerca del proprio posto al sole. Magari scappando dalla miseria o dalla guerra. Ma non si capisce come mai bisogna guardare dentro la pagina sportiva di un sito per venire a conoscenza di iniziative come questa. Quando, per la maggiore, un internauta si ferma alla pagina principale del proprio sito di informazione generico se non alle prime notizie. Non dovrebbero avere queste azioni calcistico-umanitarie un risalto maggiore, se non una emulazione o una clonazione da parte di altre categorie della società?

Cultura: “La preparazione e la letteratura”

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Nell’intervista di oggi che “Il Sabbatico“ di Melloni ha raccolto si dice una cosa molto importante: per leggere bisogna essere preparati. Per l’amor del cielo, leggere è la cosa più bella che possa esistere. Ma la domanda sorge da se: la recherche di Proust sarebbe una di quelle letture da dare con tanta facilità?
Dovrebbe esistere una autorità letteraria che stili un codice di comportamento che prenda esempio dai  videogiochi. Cioè per passare di livello in livello bisogna essere equipaggiati con tutto l’armamentario necessario.
Naturalmente una cosa del genere non potrebbe esistere, visto che non è del tutto scontato che un bambino di pochi anni capisca esattamente Virginia Woolf o Joyce come lo capisce un professore universitario sulla via per la pensione.
Ma il mondo delle librerie un codice deontologico per cui si vuole bene al proprio lettore tanto da vietargli una lettura lo dovrebbe stilare. Un poco come i tabaccai sono obbligati a vendere tabacco e altri oggetti sopra una certa età.