Tag: settembre 2016

Il crollo delle assunzioni e la possibilità di finanziare

E’ notizia il fatto che c’è stato un crollo delle assunzioni in Italia. E la maggior parte dei siti di informazione definiscono il fatto che gli incentivi del Governo Renzi sono terminati e sembrerebbe essere questa la causa di un crollo così repentino. Una volta Marco Travaglio, al festival del Giornalismo di Perugia, ha parlato di drogatura del mercato, cioè si è messo un pacco di soldi per far assumere alle imprese la gente ma adesso che il pacco è finito è finita, se si può dire così, la pacchia.
Si potrebbe discutere ore su come cercare di creare occupazione nel paese, molto probabilmente senza trovare una soluzione definitiva e condivisa. Però all’interno della discussione verrebbero fuori due elementi essenziali: il peso dei contributi e delle tasse da pagare per creare occupazione e l’insufficienza degli stipendi per il costo della vita.
Siccome queste due posizioni non sono molto conciliabili, una via di mezzo la si può trovare: rendere adeguabile la spesa del lavoro. Che consisterebbe nel dare al lavoratore e al datore del lavoro gli strumenti per poter tenere presso di se il lavoratore, da una parte, e dare al lavoratore a condizioni ben precise la certezza del lavoro.
E in questo caso dubito che il Pantalone di Stato debba mettere mano al portafogli. Perché basterebbe solo mettere in connessione lavoratore e datore di lavoro con strumenti che non stravolgano troppo la realtà. Un esempio pratico: perché non fare in modo che se una banca riceve un pacchetto di lavoratori per dei prodotti finanziari, come i conti correnti e i fondi pensione, quella banca possa far ritornare al datore di lavoro dei finanziamenti magari agevolati fiscalmente, che potrebbero far spendere volentieri i soldi dei contributi previdenziali obbligatori avendo la possibilità di spendere soldi per l’azienda e farla prosperare?
Il principio è semplicemente far circolare soldi. Che non siano di Stato.

Gli ospiti da talk e il giornalista che deve decidere

Con tutti gli auguri possibili che si possono fare ad un conduttore che si è rimesso in gioco dopo tanta appartenenza ad un canale di successo, c’è una cosa che non si può non dire: gli ospiti vanno saputi scegliere. O per lo meno vanno controllati. Ma bisogna andare per ordine, altrimenti salta la comprensione.
Martedì scorso Gianluca Semprini ha inaugurato la sua avventura in Rai con il programma “Politics” su Raitre. E non si può dire che sia ne un grande esordio ne un completo fallimento. Ma un programma che necessita di rodaggio. Naturalmente non infinito, ma un poco di rodaggio: il giusto. A parte questo, la cosa che la conduzione di Semprini ha fatto venire fuori è una in particolare: certi ospiti non sono abituati al tipo di televisione di Semprini. E non è una cosa bella, positiva. Ma la costatazione che l’ospitame dei classici talk generalisti sembrerebbe essere molto male abituato. Per colpa di chi non si sa. Ma non si può accettare un confronto all’americana e poi fare come Tremonti che dice quello che preferisce.
Bisogna saper dare all’ospite regole certe. Che permettano un buon lavoro al giornalista. Che bene inteso non è e non può essere solo un reggimicrofono.
Per concludere: le cose sono queste: o Semprini tira le briglie quando necessario, anche più volte ripetutamente, o altrimenti deve fare una scrematura di chi invitare o meno. Perché se deve finire tutto in vacca come succede sempre, a condurre va bene un giornalista qualsiasi, perfino l’ultimo vero reggimicrofono…

Un’avventura all’interno della Rai che forse si ripete

In questo momento si sta srotolando, come ha dichiarato la diretta interessata su Facebook, il cantiere aperto del terzo canale delle reti Rai, Raitre. Daria Bignardi sembrerebbe aver iniziato a mettere mano da direttore di Rete al palinsesto del canale. Ma quello che subito stupisce è che un programma che praticamente andava avanti da solo come “Chi l’ha visto” è stato trasformato in una fascia del mattino, e quindi sembrerebbe estirpato dalla sua prima serata che a memoria personale macinava un pacchetto importante di ascolti. Oltre che sostanzioso…
La direttrice Bignardi non è certamente una giornalista di primo pelo a cui si potrebbe attaccare il cartello “raccomandata” o “messa li perché ha i suoi bravi amici“. Nel suo curriculum reperibile nella ricchissima enciclopedia online Wikipedia si trovano esperienze su esperienze. In tutti i campi. Vorrà certo dire che come conduttrice di talk show e quindi come giornalista qualcosa sa. Ha provato sulla sua pelle errori eventuali nel fare un programma anche mentre lo stava confezionando. Tanto sotto direzione altrui quanto dirigendo e pagando di persona.
Il fatto è che quando si pensa al suo lavoro attuale viene in mente una notizia di qualche giorno fa, riguardante la nomina di Carlo Conti a direttore artistico di RadioRai. E cioè la news per cui prima si è fatto repulisti di tanti pezzi del palinsesto delle radio Rai, certamente con una idea in testa di come mandare avanti il carrozzone. Ma poi, tramite la furia degli ascoltatori che hanno mitragliato in rete contro tutti i cambiamenti definiti uno scempio, c’è stato il parziale reintegro di ciò di cui era fatta RadioRai. Se non mi sbaglio – anche se non l’ho trovato scritto a chiare lettere – con le più umili scuse da parte del direttore artistico. Avendo capito, credo, che RadioRai è ciò che è perché l’anima è quella. E pur con tutti i buoni propositi non la si può paragonare ad altre realtà radiofoniche che certamente funzionano tantissimo, ma fanno parte di quello che si potrebbe chiamare un mondo parallelo all’interno della radiofonia. Distante per ovvi motivi da ciò che RadioRai era nel passato ed è attualmente. E di cui Carlo Conti, è bene ricordarlo, non è certamente digiuno nella sua vita agente nel mondo della radio e della televisione.
Cosa c’entra questo con Daria Bignardi? Semplicemente in una parola: attenzione. Si possono fare dei doverosi cambiamenti ad un palinsesto o ad un programma, e farli in adeguamento del tempo presente è cosa buona. Ma al netto di quella che si può chiamare l’anima di un canale televisivo. Che se si toglie un pezzettino di troppo può esplodere, o franare per mancanza di sostegno.