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Cronaca: “L’evasione del detenuto e un nuovo sistema carcerario”

Un uomo può commettere un reato. Può essere più o meno catturato dalle forze dell’ordine e poi, dopo debito processo, essere punito per quel reato.
Se si tratta di un reato grave o meno, a cui fanno ammenda le capacità giuridiche del corpo dei giudici che lo condanna gradualizzato al fatto commesso, è una questione fuori da queste righe – anche se avrebbe bisogno di un approfondimento.
Quello che si vuole mettere in evidenza è quanto sia adeguata la eventuale detenzione che un soggetto condannato deve scontare. In soldoni: serve a qualcosa il carcere?
Oggi il killer del catamarano ha fatto di nuovo parlare di se. Soprattutto, e qui si viene incontro, perché è evaso per ben due volte in occasione della sua sentenziata detenzione in carcere. Se un uomo del genere può tranquillamente evadere, e non si tratta di Arsenio Lupin, a che scopo usare il carcere come mezzo di redenzione, se così la si può chiamare?
Molto probabilmente il concetto di condanna dovrebbe essere aggiornato alle nuove realtà. Perché sotto un certo aspetto può essere castrante non solo lo stare in cella, ma magari dover stare a piede libero con innumerevoli privazioni. Cioè costruire un sistema carcerario fuori dalle prigioni, con castrazioni che coinvolgono più della libertà di movimento. Si può partire dai social network fino ad arrivare alla tracciabilità via satellite di ogni singolo detenuto, monitorato giorno e notte nella vita comune.
E oltre a quel monitoraggio si può aggiungere la singola condanna, cioè la privazione singola a cui si deve andare incontro.
Se adesso il sistema sanitario sempre più “dirige” i propri malati da casa loro, non si può oltre ai domiciliari creare nuove forme di detenzione che permettano costi sostenuti del sistema carcerario con i detenuti fuori dal carcere?

Costume: “La fiction: quando la realtà fa la differenza, in brutto e in bello”

Questo editoriale è il punto di partenza.
Si parla dei personaggi che agiscono all’interno delle serie televisive. E dei loro strascichi nella società.
Un punto in particolare fra tutti fa riflettere: il momento in cui rimandano in televisione una serie di puntate, dopo averla trasmessa al tempo e al luogo indicate da giorni e giorni di programmazione nei palinsesti.
Non si avverte il senso di un tempo che è passato, di qualcosa che oramai è solo un momento comune all’interno della società in cui si vive?
Di sicuro qualcuno di voi l’ha avvertito almeno una volta. Almeno in una puntata televisiva.
Perché non soltanto con il raffronto con la realtà comune in cui si è immersi, ma anche con il raffronto nella realtà della storia inventata tutto ha un senso differente quando la cosa è in presa immediata. Diversamente da quando c’è registrazione di mezzo.
Comunque il fatto è uno solo: un momento della storia o un personaggio ha differenti sensi di adattamento quando passa dall’essere in presa diretta all’essere in presa differita. Un caso fra tutti: chi di voi non ha mai visto “Linda e il brigadiere”? Un Nino Manfredi come quello sembra essere ancora vivo. Mentre invece è morto (pace all’anima sua). Ma questa è la potenza della fiction: quello che nella realtà ha un senso differisce dal senso della finzione, o presunta tale, della fiction. In questo caso in senso inverso. Ma se si riesce a capire questo il senso corretto è abbastanza comprensibile.