Tag: maggio 2016

Cronaca: “Un barcone di migranti in mare e il senso del migrare”

La migrazione è un fatto storico, visto che migrare non è solo un verbo per gli animali, ma ha riguardato popolazioni nell’era dell’homo sapiens e anche in quella del sapiens sapiens. Insomma: da che mondo è mondo migrare fa parte della natura umana.
E sotto sotto tutti, durante il periodo estivo, facciamo la nostra brava migrazione in formato volante, cioè andiamo in vacanza. Se ci si pensa bene è così: si va in un altro posto da casa propria per cercare qualcosa o non cercare nulla se non la diversità da casa propria.
Adesso, e questa è la parte più seria del discorso, migrare è diventato una tappa obbligata per un paese come l’Italia che deve recepire il frutto della malavita che si approfitta della miseria per riempire un barcone malandato e appena appena sufficiente ad andare in mare. Ma non è che sono gli italiani quelli nella miseria: gli italiani devono “sopportare”, e sottolineo l’uso delle virgolette, l’arrivo di gente che vuole circolare in una Europa che offre mille possibilità. Anche se un europeo come chi vi sta scrivendo tutte queste opportunità non le vede proprio…
Fanno bene o fanno male quelli più conservatori a dire che prima di tutto il paese dovrebbe pensare ai propri cittadini e poi ai migranti? Più che altro la domanda da porsi è la seguente: fino a che punto si potrà abusare del senso di ospitalità della Costituzione italiana e tenere su suolo italiano tutti quei migranti che altri paesi non vogliono?
Bisogna infatti sottolineare il particolare che la libera circolazione viene meno quando ci si trova di fronte a persone poco desiderate da paesi firmatari di trattati, che fino a prova contraria avranno letto e analizzato prima di sottoscrivere.
Dire che l’Italia è al collasso, come si potrebbe pensare sollevando questo tipo di polverone, magari no. Ma la questione migranti deve essere riaccesa così come si sono riaccese le luci sui radar nel tratto di mare tra la Libia e Lampedusa, che è il primo punto di approdo dell’Italia. La questione migranti, anche solamente per il rispetto di quello che l’Italia paga per la contribuzione al menage europeo – per non parlare di altro, deve essere sui tavoli dei premier dei paesi europei, perché se non si vogliono dei migranti italiani nei loro paesi possono accogliere tranquillamente i migranti che arrivano dal mare. Alla fine sempre migranti sono…

Jolly: “Le regole di un credo religioso e il velo per la donna”

Alla fine dei conti è un indumento. Ma prima di tutto è il simbolo della religione. In un caso di quella tra le più diffuse al mondo con ancora effettivo utilizzo. In un altro, tra i più famosi, il simbolo della sottomissione femminile al culto di appartenenza ma solo di fronte al capo della religione. Si sta parlando del velo per le donne.
E’ come se ci fosse una vergogna da parte dell’uomo di mostrare una parte femminile come i capelli in pubblico. E da li sicuramente nasce l’esigenza di coprire la parte incriminata, nel caso delle donne di fede islamica in tutte le occasioni della giornata nel caso dei cattolici quando ci si trova in cerimonie di forma solenne.
La domanda è una soltanto: c’è un errore a coprire ancora le donne in questo modo? Che poi naturalmente sfocia in una domanda di un livello successivo: ha senso ancora la sottomissione femminile in certe situazioni religiose e culturali?
La risposta non può essere ne un si ne un no. Perché solitamente è il tempo che decide queste cose. Il tempo e la capacità di dialogo a volte riescono più di quanto può fare una legge in quel caso castrante.
Per adesso la cosa più sensata e la risposta più adeguata che si può dare e dire è che la speranza di un islam 2.0 capisca che i retaggi culturali del passato creano più problemi di quanto diano soluzioni. Basti pensare a tanti uomini e mariti che drogati da una cultura maschilista vecchia fino alle ragnatele castrano le proprie donne. E alle volte le ammazzano pure. Ci vorrebbe solo capire che una donna realizzata come tante nell’occidente non è motivo di vergogna, ma di vanto per la propria famiglia e per il proprio paese. Può avere o meno il velo, ma in quel caso diventerebbe una scelta di appartenenza ad un credo e non sarebbe altro che un orgoglio per tutti quei ministri di culto di quel credo religioso.
Pensateci uomini, pensateci…

Cronaca: “Una frana in mezzo alla strada e il buon fare il sindaco”

La capacità umana di costruire sembra non avere mai limiti. Tanto che non solo si può intendere che l’uomo costruisce dovunque, ma anche il fatto che a volte la costruzione umana resiste al tempo e alla natura. E c’è prova di questo in alcune bellezze che il passato ci ha lasciato in eredità – e in tanti casi non c’è altro che incuria e sottovalutazione dei rischi di distruzione o deterioramento.
E’ notizia di oggi che un pezzo dei lungarni di Firenze sono sprofondati portando con se svariate macchine che erano parcheggiate lungo la riva protetta dai muretti. La questione che qui si pone è come mai sia successa una cosa del genere. Perché o le macchine erano di troppo – e il comune dovrà dare risposta del come mai veniva parcheggiato in un pezzo tanto pericolante dei lungarni, oppure non c’era abbastanza solidità sotto quel terreno – e anche in questo caso il comune dovrà rispondere per l’incuria sul suolo della città.
C’entra qualcosa il premier Renzi in tutto questo? Fino ad un certo punto no. Perché lui alla città ci guardava, o presumibilmente ci ha guardato perché sotto di lui problemi simili non se ne ricordano.
Più che altro c’è un coinvolgimento, ma molto tangente. Perché il suo uomo di fiducia – se così lo si può chiamare, Dario Nardella avrebbe dovuto supervisionare la situazione. Ma non per il ritorno di Renzi: un buon sindaco fa il suo lavoro, e a certe cose deve dare un briciolo della sua attenzione.
Beneinteso: non c’è bisogno di sondare il suolo della città palmo a palmo. Bisogna interfacciarsi al massimo delle possibilità con tutti gli organismi preposti: non è possibile che non ci siano state delle avvisaglie, dei segnali. Sarà compito del sindaco e dei soggetti competenti rilevare quale sia stato il danno, ma principalmente sarà obbligatorio capire da chi non è partito l’avviso di pericolo. Insomma: qualcuno c’ha la colpa e deve essere assicurato all’ordine della città e degli organi competenti, perfino arrivando a Roma.

Cronaca: “Tifare un squadra sportiva e la deontologia del buon tifoso”

Quando si apprezza qualcosa si farebbe di tutto per preservarla. Perfino uccidere.
Non voglio aggiungere altro alla definizione iniziale. Perché si parla oggi di quell’uomo che si è preso 26 anni per aver ammazzato un tifoso.
Si tratta di un giudizio di primo grado. E quando si è solo al primo grado la macchina della giustizia si muove per arrivare fino in Cassazione che, come dice la parola, “cassa” la decisione. Ed è il terzo ed ultimo grado.
Ma prima di dilungarsi sul caso in se, nei particolari, una riflessione arriva alla mente. Cioè non si smette mai di fare del danno in quanto tifosi. Non esiste, ed è questo il punto a cui voglio arrivare, una deontologia del buon tifoso come esiste quella del buon medico o del buon giornalista.
Sono sicuro che se ci fosse non dico un albo, perché creerebbe più problemi di risolverne, ma una deontologia a cui fare affidamento, il buon tifoso, come il buon albizzato o il buon padre di famiglia, saprebbe dove sfogare e in quali direzioni incanalare la propria voglia di fare tifo.
Prima dell’essere tifoso, ammazzare qualcuno è sempre sbagliato, anche quando ha torto. Si potrebbe fare una lunga discussione sulla pena capitale in determinati paesi del mondo, ma non è questa la sede. Questa è la sede per dire che il tifo per una squadra di sport calcistico o di altri sport dovrebbe diventare un’arte come lo è la musica o il cinema. Magari con il giusto premio.
La vera sfida per un buon tifoso dovrebbe essere quella di capire in quale modo dare il giusto sostegno alla propria squadra oltre le rappresentazioni corali o gli striscioni. Perché a prendere a calci un motorino in piena tribuna come successe una infausta domenica di tanti anni fa è un attimo.
Più che altro la polizia non dovrebbe tribolare e faticare più del dovuto. Visto che ogni volta succede qualcosa è la prima che ci mette le mani per sciogliere il nodo dell’ordine pubblico mancante, che si è perso fuori dagli stadi, se non dentro. E dopo, tutto a carico della magistratura che deve “perdere tempo” a cercare di capire chi ha fatto cosa. Quando risolvere il problema a monte senza troppe telecamere sarebbe la cosa più auspicabile.
Non basterebbe dare delle regole o delle norme di comportamento ad un tifoso grande o piccolo, importante o sconosciuto, italiano o straniero?

Cronaca: “L’evasione del detenuto e un nuovo sistema carcerario”

Un uomo può commettere un reato. Può essere più o meno catturato dalle forze dell’ordine e poi, dopo debito processo, essere punito per quel reato.
Se si tratta di un reato grave o meno, a cui fanno ammenda le capacità giuridiche del corpo dei giudici che lo condanna gradualizzato al fatto commesso, è una questione fuori da queste righe – anche se avrebbe bisogno di un approfondimento.
Quello che si vuole mettere in evidenza è quanto sia adeguata la eventuale detenzione che un soggetto condannato deve scontare. In soldoni: serve a qualcosa il carcere?
Oggi il killer del catamarano ha fatto di nuovo parlare di se. Soprattutto, e qui si viene incontro, perché è evaso per ben due volte in occasione della sua sentenziata detenzione in carcere. Se un uomo del genere può tranquillamente evadere, e non si tratta di Arsenio Lupin, a che scopo usare il carcere come mezzo di redenzione, se così la si può chiamare?
Molto probabilmente il concetto di condanna dovrebbe essere aggiornato alle nuove realtà. Perché sotto un certo aspetto può essere castrante non solo lo stare in cella, ma magari dover stare a piede libero con innumerevoli privazioni. Cioè costruire un sistema carcerario fuori dalle prigioni, con castrazioni che coinvolgono più della libertà di movimento. Si può partire dai social network fino ad arrivare alla tracciabilità via satellite di ogni singolo detenuto, monitorato giorno e notte nella vita comune.
E oltre a quel monitoraggio si può aggiungere la singola condanna, cioè la privazione singola a cui si deve andare incontro.
Se adesso il sistema sanitario sempre più “dirige” i propri malati da casa loro, non si può oltre ai domiciliari creare nuove forme di detenzione che permettano costi sostenuti del sistema carcerario con i detenuti fuori dal carcere?