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Il risarcimento per la perdita e lo sbaglio duplice

C’è una simpatica notizia per cui una persona gioca più di 200 gratta e vinci e non vince nulla. Ricorsa al tribunale gli viene data ragione e ha quindi diritto ad un risarcimento. Ma la questione da cui si dovrebbe partire è se comunicare alle persone che se gratti e non vinci vieni risarcito può essere una cosa giusta o sbagliata. Da una parte il Corriere della Sera ha fatto il suo bravo dovere di dare la notizia e per quello che potrà servire sensibilizzare l’opinione pubblica. E da parte del tribunale che ha emesso la sentenza ci deve essere il messaggio che non si abbandona a se stesso un giocatore di gratta e vinci, posto il fatto che giocare a questo gioco è assolutamente legittimo dai 18 anni in su.
Dall’altro lato, però, il Corriere ha sbagliato a non mettere un parere di un esperto su questo tipo di, se cosi la si può chiamare, dipendenza. Ha fatto sensazionalismo ma di sensazionalismo si può anche crollare. Se fosse possibile che il Corriere legga queste righe, “Corra” ai ripari e metta subito una piccola appendice.
Anche il tribunale ha fatto il suo bravo errore. Perché avrebbe dovuto fare assistenza alla persona ma non in questo modo. E’ giusto che se una persona, in questo caso un 29enne, non riesca a vincere per così tanto come i 12 mesi del periodo di giocata allora si annullino i contratti con i Monopoli di Stato, cioè i Gratta e vinci. Ma è sbagliato dare l’idea che basti così poco per ottenere un risarcimento. Se i Gratta e vinci fossero stati un migliaio allora la cosa aveva un senso. Perché c’era un approfittarsi della speranza singola in una vittoria che cambi la vita. I Monopoli di Stato hanno essiccato psicologicamente e economicamente un soggetto. Poche centinaia sono solo una normalità del gioco d’azzardo, a volte, molte, patologico, che deve essere combattuta sulla persona e sulla società, non sui Monopoli di Stato.

Cronaca: “Un barcone di migranti in mare e il senso del migrare”

La migrazione è un fatto storico, visto che migrare non è solo un verbo per gli animali, ma ha riguardato popolazioni nell’era dell’homo sapiens e anche in quella del sapiens sapiens. Insomma: da che mondo è mondo migrare fa parte della natura umana.
E sotto sotto tutti, durante il periodo estivo, facciamo la nostra brava migrazione in formato volante, cioè andiamo in vacanza. Se ci si pensa bene è così: si va in un altro posto da casa propria per cercare qualcosa o non cercare nulla se non la diversità da casa propria.
Adesso, e questa è la parte più seria del discorso, migrare è diventato una tappa obbligata per un paese come l’Italia che deve recepire il frutto della malavita che si approfitta della miseria per riempire un barcone malandato e appena appena sufficiente ad andare in mare. Ma non è che sono gli italiani quelli nella miseria: gli italiani devono “sopportare”, e sottolineo l’uso delle virgolette, l’arrivo di gente che vuole circolare in una Europa che offre mille possibilità. Anche se un europeo come chi vi sta scrivendo tutte queste opportunità non le vede proprio…
Fanno bene o fanno male quelli più conservatori a dire che prima di tutto il paese dovrebbe pensare ai propri cittadini e poi ai migranti? Più che altro la domanda da porsi è la seguente: fino a che punto si potrà abusare del senso di ospitalità della Costituzione italiana e tenere su suolo italiano tutti quei migranti che altri paesi non vogliono?
Bisogna infatti sottolineare il particolare che la libera circolazione viene meno quando ci si trova di fronte a persone poco desiderate da paesi firmatari di trattati, che fino a prova contraria avranno letto e analizzato prima di sottoscrivere.
Dire che l’Italia è al collasso, come si potrebbe pensare sollevando questo tipo di polverone, magari no. Ma la questione migranti deve essere riaccesa così come si sono riaccese le luci sui radar nel tratto di mare tra la Libia e Lampedusa, che è il primo punto di approdo dell’Italia. La questione migranti, anche solamente per il rispetto di quello che l’Italia paga per la contribuzione al menage europeo – per non parlare di altro, deve essere sui tavoli dei premier dei paesi europei, perché se non si vogliono dei migranti italiani nei loro paesi possono accogliere tranquillamente i migranti che arrivano dal mare. Alla fine sempre migranti sono…

Cronaca: “Una frana in mezzo alla strada e il buon fare il sindaco”

La capacità umana di costruire sembra non avere mai limiti. Tanto che non solo si può intendere che l’uomo costruisce dovunque, ma anche il fatto che a volte la costruzione umana resiste al tempo e alla natura. E c’è prova di questo in alcune bellezze che il passato ci ha lasciato in eredità – e in tanti casi non c’è altro che incuria e sottovalutazione dei rischi di distruzione o deterioramento.
E’ notizia di oggi che un pezzo dei lungarni di Firenze sono sprofondati portando con se svariate macchine che erano parcheggiate lungo la riva protetta dai muretti. La questione che qui si pone è come mai sia successa una cosa del genere. Perché o le macchine erano di troppo – e il comune dovrà dare risposta del come mai veniva parcheggiato in un pezzo tanto pericolante dei lungarni, oppure non c’era abbastanza solidità sotto quel terreno – e anche in questo caso il comune dovrà rispondere per l’incuria sul suolo della città.
C’entra qualcosa il premier Renzi in tutto questo? Fino ad un certo punto no. Perché lui alla città ci guardava, o presumibilmente ci ha guardato perché sotto di lui problemi simili non se ne ricordano.
Più che altro c’è un coinvolgimento, ma molto tangente. Perché il suo uomo di fiducia – se così lo si può chiamare, Dario Nardella avrebbe dovuto supervisionare la situazione. Ma non per il ritorno di Renzi: un buon sindaco fa il suo lavoro, e a certe cose deve dare un briciolo della sua attenzione.
Beneinteso: non c’è bisogno di sondare il suolo della città palmo a palmo. Bisogna interfacciarsi al massimo delle possibilità con tutti gli organismi preposti: non è possibile che non ci siano state delle avvisaglie, dei segnali. Sarà compito del sindaco e dei soggetti competenti rilevare quale sia stato il danno, ma principalmente sarà obbligatorio capire da chi non è partito l’avviso di pericolo. Insomma: qualcuno c’ha la colpa e deve essere assicurato all’ordine della città e degli organi competenti, perfino arrivando a Roma.

Cronaca: “Tifare un squadra sportiva e la deontologia del buon tifoso”

Quando si apprezza qualcosa si farebbe di tutto per preservarla. Perfino uccidere.
Non voglio aggiungere altro alla definizione iniziale. Perché si parla oggi di quell’uomo che si è preso 26 anni per aver ammazzato un tifoso.
Si tratta di un giudizio di primo grado. E quando si è solo al primo grado la macchina della giustizia si muove per arrivare fino in Cassazione che, come dice la parola, “cassa” la decisione. Ed è il terzo ed ultimo grado.
Ma prima di dilungarsi sul caso in se, nei particolari, una riflessione arriva alla mente. Cioè non si smette mai di fare del danno in quanto tifosi. Non esiste, ed è questo il punto a cui voglio arrivare, una deontologia del buon tifoso come esiste quella del buon medico o del buon giornalista.
Sono sicuro che se ci fosse non dico un albo, perché creerebbe più problemi di risolverne, ma una deontologia a cui fare affidamento, il buon tifoso, come il buon albizzato o il buon padre di famiglia, saprebbe dove sfogare e in quali direzioni incanalare la propria voglia di fare tifo.
Prima dell’essere tifoso, ammazzare qualcuno è sempre sbagliato, anche quando ha torto. Si potrebbe fare una lunga discussione sulla pena capitale in determinati paesi del mondo, ma non è questa la sede. Questa è la sede per dire che il tifo per una squadra di sport calcistico o di altri sport dovrebbe diventare un’arte come lo è la musica o il cinema. Magari con il giusto premio.
La vera sfida per un buon tifoso dovrebbe essere quella di capire in quale modo dare il giusto sostegno alla propria squadra oltre le rappresentazioni corali o gli striscioni. Perché a prendere a calci un motorino in piena tribuna come successe una infausta domenica di tanti anni fa è un attimo.
Più che altro la polizia non dovrebbe tribolare e faticare più del dovuto. Visto che ogni volta succede qualcosa è la prima che ci mette le mani per sciogliere il nodo dell’ordine pubblico mancante, che si è perso fuori dagli stadi, se non dentro. E dopo, tutto a carico della magistratura che deve “perdere tempo” a cercare di capire chi ha fatto cosa. Quando risolvere il problema a monte senza troppe telecamere sarebbe la cosa più auspicabile.
Non basterebbe dare delle regole o delle norme di comportamento ad un tifoso grande o piccolo, importante o sconosciuto, italiano o straniero?

Cronaca: “L’evasione del detenuto e un nuovo sistema carcerario”

Un uomo può commettere un reato. Può essere più o meno catturato dalle forze dell’ordine e poi, dopo debito processo, essere punito per quel reato.
Se si tratta di un reato grave o meno, a cui fanno ammenda le capacità giuridiche del corpo dei giudici che lo condanna gradualizzato al fatto commesso, è una questione fuori da queste righe – anche se avrebbe bisogno di un approfondimento.
Quello che si vuole mettere in evidenza è quanto sia adeguata la eventuale detenzione che un soggetto condannato deve scontare. In soldoni: serve a qualcosa il carcere?
Oggi il killer del catamarano ha fatto di nuovo parlare di se. Soprattutto, e qui si viene incontro, perché è evaso per ben due volte in occasione della sua sentenziata detenzione in carcere. Se un uomo del genere può tranquillamente evadere, e non si tratta di Arsenio Lupin, a che scopo usare il carcere come mezzo di redenzione, se così la si può chiamare?
Molto probabilmente il concetto di condanna dovrebbe essere aggiornato alle nuove realtà. Perché sotto un certo aspetto può essere castrante non solo lo stare in cella, ma magari dover stare a piede libero con innumerevoli privazioni. Cioè costruire un sistema carcerario fuori dalle prigioni, con castrazioni che coinvolgono più della libertà di movimento. Si può partire dai social network fino ad arrivare alla tracciabilità via satellite di ogni singolo detenuto, monitorato giorno e notte nella vita comune.
E oltre a quel monitoraggio si può aggiungere la singola condanna, cioè la privazione singola a cui si deve andare incontro.
Se adesso il sistema sanitario sempre più “dirige” i propri malati da casa loro, non si può oltre ai domiciliari creare nuove forme di detenzione che permettano costi sostenuti del sistema carcerario con i detenuti fuori dal carcere?

Cronaca: “Un agguato che è un agguato e la polizia da impiegare diversamente”

Un agguato è un agguato. Cioè qualcuno vuole la morte o il ferimento di qualcuno e cerca di metterlo in atto. I motivi possono o meno sfuggire. Ma un agguato è un agguato. Punto.
E il presidente del Parco dei Nebrodi ne sa qualcosa. Perché è stato vittima di un agguato. E ne è andata di mezzo la sua auto blindata in quanto messo sotto scorta per non aver fatto concessioni alla mafia sul parco da lui diretto.
La questione che da ciò nasce, anche se marginale, è fino a che punto le Forze dell’Ordine riusciranno ad arginare la necessità di protezione di alcuni soggetti che sono presi di mira da forze malavitose. Perché l’esercito di poliziotti e carabinieri e quant’altro non è infinito. Sono un gruppo finito di forze non solo numeriche, ma anche energetiche. E’ utopico infatti pensare che la polizia possa “rodere i nervi” ancora una volta quando magari non si è coperti da contratto rinnovato e si procede di inerzia.
E soprattutto non si possono combattere i problemi quotidiani se si è sempre a fare la scorta di qualcuno o di qualcosa.
Naturalmente il Ministero dell’Interno ha le sue forze organizzative, non lo si può negare. Ma queste forze sarebbero meglio impiegate se da parte della politica non ci fosse intralcio alla magistratura per la lotta al malaffare.
Se la magistratura lavorasse a braccetto della politica e non contro di essa – valendo lo stesso auspicio anche per i termini inversi – magari un poco meno polizia dovrebbe lavorare per mettere una pezza laddove non arriva attività d’indagine e l’ordine civile per la gente.
Si dirà: ma non si può fare tutto. D’accordo. Ma se dove c’è il Parco dei Nebrodi non ci fosse della mafia che vuole dei terreni, perché la mafia la si è eliminata almeno li, sarebbe necessaria una scorta di meno. E quei poliziotti potrebbero fare altro di fruttifero. E ci sarebbe un agguato di meno.

Cronaca: “Una madre impazzita e gli investimenti sbagliati”

C’è stata una mamma che nel milanese, sventata da danni irreparabili alla sua persona e alla sua famiglia per merito dei pompieri, ha letteralmente gettato le sue due figlie dalla finestra. Se non ci fosse stato il telo dei Vigili del Fuoco a quest’ora ci sarebbe una camera ardente aperta per le due bambine dentro due bare bianche. Il tutto sembrerebbe causato da un sindrome post parto. Se ci si aggiunge che la donna prendeva antidepressivi, il cocktail è prontamente servito.
Forcaiolismo a parte – perché ce ne sarebbe da dire ad una amministrazione lombarda prima che comunale che vanta meriti assoluti ma poi si trova davanti a certi casi di cronaca – una cosa balza all’occhio: si è lasciata allattare una donna che prendeva antidepressivi. A digiuno di competenza medica, non sarebbe tanto sbagliato pensare che per un verso o per un altro quei medicinali potessero passare dalla donna alla figlia da allattare. E quindi si potrebbe pensare che c’è stato uno sbaglio da parte della pediatra responsabile a far allattare la donna. Forse era meglio il latte in polvere, che ha tanti demeriti ma di psicofarmaci fino ad oggi non se n’è sentita notizia di esistenza al suo interno.
In un momento storico in cui le statistiche vengono fuori, e se vengono fuori vuol dire che non c’è da star sereni, con cali di demografia, gli enti statali dovrebbero investire in maniera più diversificata nella cura dei neonati con figure professionali mediche che non debbano guardare l’orologio con fretta perché hanno altri pazienti da guardare. Che non debbano correre e quindi lasciare al caso problemi come questo. Perché sarebbe bastata da parte delle due figure, il pediatra e lo psichiatra, una diversa attenzione verso il caso della donna, e due bambine salvate per miracolo non avrebbero adesso bisogno di uno psicologo infantile. Certamente per metabolizzare da una parte la caduta dalla finestra, dall’altra la caduta di fiducia nel proprio genitore femmina.
Soldi spesi in più quando se ne poteva spendere meglio fin dall’inizio…

Cronaca: “Il furbetto del cartellino e la ‘furbizia’ statale mancata”

Il lavoro è una componente della vita delle persone. Chi più chi meno, chi in proprio e chi per altri, e tutte e due le cose mischiate: lavorare fa parte della vita quotidiana. Ci si rapporta con il proprio prossimo e si cerca di sopravvivere tanto al proprio prossimo quanto a ciò che si vive.
Non bisogna però dimenticare che la grande spartizione nel mondo del lavoro è data dalla discrepanza tra pubblico e privato, cioè i due maggiori datori di lavoro. Del privato è piena l’attività dei sindacati di notizie e di vertenze che potrebbero riempire d migliaia di pagine un eventuale bollettino. Il pubblico, da qualche tempo a questa parte, sembra essere sempre più l’amore-odio del momento.
La notizia in se è abbastanza comune, pur non uscendo a sei colonne sui maggiori quotidiani. Si tratta dei cosiddetti furbetti del cartellino. Cioè di quelle persone che timbrano il cartellino regolarmente – altrimenti non ci sarebbe lo stipendio a fine mese – ma nella realtà dei fatti sono a fare tutt’altro nella loro vita tranne lavorare per l’ente pubblico di cui fanno amministrativamente parte.
C’è bisogno di una condanna? Più che altro, ad avviso di chi scrive, ci sarebbe bisogno di responsabilizzazione. Cioè fare in modo che chi sia dell’impiego pubblico abbia una deontologia da rispettare come tutti gli altri lavori esistenti, partendo dai dottori fino giù alle cooperative. E soprattutto, dall’altro lato, ci vorrebbe da parte dello Stato la capacità di conciliare il privato con il pubblico dei propri lavoratori. Perché la maggiore “scusante”, se così la si può chiamare, che i furbetti addebitano per le loro mancanze sul posto di lavoro è la vita quotidiana del singolo. Esistono del casi di assoluto fanc***ismo, non si può negare. Ma per tutte quelle mamme che devono andare a fare la spesa o devono guardare i figli o per quei signori che hanno necessità da orario di ufficio a cui dover adempiere non si può studiare qualcosa?
Non può lo Stato per certi versi e in certe direzioni scialacquone provare a venire incontro a tutti quelli che non ce la fanno veramente a conciliare privato e lavoro, magari con convenzioni o altri meccanismi che permettano di fare tutto compreso lavorare?

Cronaca: “Il ragazzo finto povero e la ragazza finta…”

In questo caso non c’è scappato il morto. Ma nemmeno il ferito. Ci è scappato un appuntamento. Una ragazza americana, infatti, è stata oggetto di una, chiamiamola così, candid camera. Ma che fino in fondo non lo è perché ha una valenza assolutamente non umoristica.
Molto brevemente: giudicando negativamente dalle apparenze un soggetto straccioso, che la abborda in mezzo alla strada, lei lo ‘caccia’ tappandogli ogni possibilità di dialogo. Ma quando arriva il belloccio che sembra ricco lei cambia idea perfino sul suo status personale affermato allo straccioso, passando da superfidanzata a single liberissima. Scoprendo poi che lo straccioso è il capo del riccone ben vestito. (Il video)
Si potrebbe dire “niente di nuovo sotto il sole”. Ma forse una cosa la si può dire, in più.
Si può affermare che oggigiorno ci sono dei particolari che fanno ricchezza come possono non farla. Perché magari c’è quello che ha l’Iphone ultimo modello, e che non la smette di fare selfie a più non posso a tutti e a tutte pur di farsi vedere usarlo. Ma l’ha preso con una marea di rate addebitate sulla carta di credito di mammà o papà, e quindi così ricco non è di certo. Mentre invece esistono persone che si hanno l’Iphone ultimo modello, ma non lo sbandierano con tanta leggerezza al solo scopo di farsi notare. E se non si tratta dell’IPhone, per non essere troppo “razzisti” verso un singolo bene di consumo, si tratta di un altro cellulare ultimo modello o di un oggetto di uso comune certamente di pregio, ma usato con parsimonia o senza troppa arroganza.
Senza dimenticare, ritornando al qualcosa in più da dire, il caso di persone economicamente stabilissime, se non fuori dal comune con il conto in banca, che non si circondano di bellugia o di ricchezza. Molto probabilmente vanno potentemente ‘in bianco’ una marea di volte parlando di incontri. Ma alla fine non si vedono prosciugare dalla prima ragazza, o ragazzo, in vista o rimorchiati con troppa facilità. E alle volte più capaci di amministrare ricchezza di quanto si possa immaginare.
Insomma: ancora “niente di nuovo sotto il sole”. Con una variante: oggigiorno sono cambiati quelli che in inglese si chiamano Status Symbol (termine intraducibile in italiano senza dover mutuare frasi e frasi di scritto): dalla spada medioevale impreziosita da gioielli – a volte nemmeno affilata – fino all’abbigliamento o alla possibilità di viaggiare – a volte lasciando debiti come racconta la letteratura classica. Per poi arrivare alla capacità tecnologica disponibile dentro le case – con probabilmente un conto aperto presso il tecnico computer di fiducia a forza di riparazioni.

Cronaca: “L’acqua che manca e l’energia nel futuro”

Come ben denuncia il sito del quotidiano “L’Unità” (La notizia), la situazione è grave. Dovrebbe essere tipico dell’inverno sopportare qualche giornata piovosa in casa a guardare la televisione. E invece si può tranquillamente andare a fare scampagnate con la macchina, si sottolinea la macchina, perché il clima non comporta l’utilizzo delle giacche pesanti o dei piumini.
Può sembrare strano, ma il piumino autunnale, di questi tempi, è assolutamente sufficiente. Nel senso che il freddo vero, quello che a volte causa morti tra i senzatetto della grandi città, non lo si è ancora sentito. Finora i fornitori di gas non hanno fatto buoni affari con i propri clienti, perché le abitazioni private che utilizzano il gas per scaldarsi hanno obbligatoriamente dovuto risparmiare. Ma non per la crisi o le ristrettezze: non ha fatto assolutamente freddo, e quindi il riscaldamento è stato per la maggiore spento.
Non si può però dire che il periodo sia dei migliori. Perché il tempo atmosferico non ha permesso quel ricambio idrico con la pioggia in senso duplice. Da una parte permette di avere un ambiente naturale ristorato dalla sete dei terreni e dei bacini idrici. Dall’altra il sacro meccanismo della pioggia che mangia l’inquinamento non è stato sufficiente.
E quindi non si può certo essere tranquilli.
Chiunque, uscendo in giardino o sul terrazzo, avrà sentito un odore forte di fumo nell’aria. Il motivo per cui lo si sente è che ancora oggi non ci si è affidati, tanto nel prezzo dell’utenza quanto nelle apparecchiature di produzione e di riscaldamento, alla corrente per scaldare casa propria.
Magari nei caseggiati la cosa è complicata. Ma in quella grande parte di abitazioni con tetto proprio non si potrebbe smettere di bruciare del gas in una caldaia per scaldare la casa e affidarsi totalmente alla corrente, sempre che si capisca il vantaggio ambientale per lo meno nell’aria che si respira? Si sta parlando anche del solare, in questo caso…
E poi: non è magari l’inquinamento che non permette un ciclo regolare del tempo, e quindi della pioggia?