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Il risarcimento per la perdita e lo sbaglio duplice

C’è una simpatica notizia per cui una persona gioca più di 200 gratta e vinci e non vince nulla. Ricorsa al tribunale gli viene data ragione e ha quindi diritto ad un risarcimento. Ma la questione da cui si dovrebbe partire è se comunicare alle persone che se gratti e non vinci vieni risarcito può essere una cosa giusta o sbagliata. Da una parte il Corriere della Sera ha fatto il suo bravo dovere di dare la notizia e per quello che potrà servire sensibilizzare l’opinione pubblica. E da parte del tribunale che ha emesso la sentenza ci deve essere il messaggio che non si abbandona a se stesso un giocatore di gratta e vinci, posto il fatto che giocare a questo gioco è assolutamente legittimo dai 18 anni in su.
Dall’altro lato, però, il Corriere ha sbagliato a non mettere un parere di un esperto su questo tipo di, se cosi la si può chiamare, dipendenza. Ha fatto sensazionalismo ma di sensazionalismo si può anche crollare. Se fosse possibile che il Corriere legga queste righe, “Corra” ai ripari e metta subito una piccola appendice.
Anche il tribunale ha fatto il suo bravo errore. Perché avrebbe dovuto fare assistenza alla persona ma non in questo modo. E’ giusto che se una persona, in questo caso un 29enne, non riesca a vincere per così tanto come i 12 mesi del periodo di giocata allora si annullino i contratti con i Monopoli di Stato, cioè i Gratta e vinci. Ma è sbagliato dare l’idea che basti così poco per ottenere un risarcimento. Se i Gratta e vinci fossero stati un migliaio allora la cosa aveva un senso. Perché c’era un approfittarsi della speranza singola in una vittoria che cambi la vita. I Monopoli di Stato hanno essiccato psicologicamente e economicamente un soggetto. Poche centinaia sono solo una normalità del gioco d’azzardo, a volte, molte, patologico, che deve essere combattuta sulla persona e sulla società, non sui Monopoli di Stato.

Cronaca: “Una frana in mezzo alla strada e il buon fare il sindaco”

La capacità umana di costruire sembra non avere mai limiti. Tanto che non solo si può intendere che l’uomo costruisce dovunque, ma anche il fatto che a volte la costruzione umana resiste al tempo e alla natura. E c’è prova di questo in alcune bellezze che il passato ci ha lasciato in eredità – e in tanti casi non c’è altro che incuria e sottovalutazione dei rischi di distruzione o deterioramento.
E’ notizia di oggi che un pezzo dei lungarni di Firenze sono sprofondati portando con se svariate macchine che erano parcheggiate lungo la riva protetta dai muretti. La questione che qui si pone è come mai sia successa una cosa del genere. Perché o le macchine erano di troppo – e il comune dovrà dare risposta del come mai veniva parcheggiato in un pezzo tanto pericolante dei lungarni, oppure non c’era abbastanza solidità sotto quel terreno – e anche in questo caso il comune dovrà rispondere per l’incuria sul suolo della città.
C’entra qualcosa il premier Renzi in tutto questo? Fino ad un certo punto no. Perché lui alla città ci guardava, o presumibilmente ci ha guardato perché sotto di lui problemi simili non se ne ricordano.
Più che altro c’è un coinvolgimento, ma molto tangente. Perché il suo uomo di fiducia – se così lo si può chiamare, Dario Nardella avrebbe dovuto supervisionare la situazione. Ma non per il ritorno di Renzi: un buon sindaco fa il suo lavoro, e a certe cose deve dare un briciolo della sua attenzione.
Beneinteso: non c’è bisogno di sondare il suolo della città palmo a palmo. Bisogna interfacciarsi al massimo delle possibilità con tutti gli organismi preposti: non è possibile che non ci siano state delle avvisaglie, dei segnali. Sarà compito del sindaco e dei soggetti competenti rilevare quale sia stato il danno, ma principalmente sarà obbligatorio capire da chi non è partito l’avviso di pericolo. Insomma: qualcuno c’ha la colpa e deve essere assicurato all’ordine della città e degli organi competenti, perfino arrivando a Roma.

Cronaca: “Tifare un squadra sportiva e la deontologia del buon tifoso”

Quando si apprezza qualcosa si farebbe di tutto per preservarla. Perfino uccidere.
Non voglio aggiungere altro alla definizione iniziale. Perché si parla oggi di quell’uomo che si è preso 26 anni per aver ammazzato un tifoso.
Si tratta di un giudizio di primo grado. E quando si è solo al primo grado la macchina della giustizia si muove per arrivare fino in Cassazione che, come dice la parola, “cassa” la decisione. Ed è il terzo ed ultimo grado.
Ma prima di dilungarsi sul caso in se, nei particolari, una riflessione arriva alla mente. Cioè non si smette mai di fare del danno in quanto tifosi. Non esiste, ed è questo il punto a cui voglio arrivare, una deontologia del buon tifoso come esiste quella del buon medico o del buon giornalista.
Sono sicuro che se ci fosse non dico un albo, perché creerebbe più problemi di risolverne, ma una deontologia a cui fare affidamento, il buon tifoso, come il buon albizzato o il buon padre di famiglia, saprebbe dove sfogare e in quali direzioni incanalare la propria voglia di fare tifo.
Prima dell’essere tifoso, ammazzare qualcuno è sempre sbagliato, anche quando ha torto. Si potrebbe fare una lunga discussione sulla pena capitale in determinati paesi del mondo, ma non è questa la sede. Questa è la sede per dire che il tifo per una squadra di sport calcistico o di altri sport dovrebbe diventare un’arte come lo è la musica o il cinema. Magari con il giusto premio.
La vera sfida per un buon tifoso dovrebbe essere quella di capire in quale modo dare il giusto sostegno alla propria squadra oltre le rappresentazioni corali o gli striscioni. Perché a prendere a calci un motorino in piena tribuna come successe una infausta domenica di tanti anni fa è un attimo.
Più che altro la polizia non dovrebbe tribolare e faticare più del dovuto. Visto che ogni volta succede qualcosa è la prima che ci mette le mani per sciogliere il nodo dell’ordine pubblico mancante, che si è perso fuori dagli stadi, se non dentro. E dopo, tutto a carico della magistratura che deve “perdere tempo” a cercare di capire chi ha fatto cosa. Quando risolvere il problema a monte senza troppe telecamere sarebbe la cosa più auspicabile.
Non basterebbe dare delle regole o delle norme di comportamento ad un tifoso grande o piccolo, importante o sconosciuto, italiano o straniero?

Cronaca: “L’evasione del detenuto e un nuovo sistema carcerario”

Un uomo può commettere un reato. Può essere più o meno catturato dalle forze dell’ordine e poi, dopo debito processo, essere punito per quel reato.
Se si tratta di un reato grave o meno, a cui fanno ammenda le capacità giuridiche del corpo dei giudici che lo condanna gradualizzato al fatto commesso, è una questione fuori da queste righe – anche se avrebbe bisogno di un approfondimento.
Quello che si vuole mettere in evidenza è quanto sia adeguata la eventuale detenzione che un soggetto condannato deve scontare. In soldoni: serve a qualcosa il carcere?
Oggi il killer del catamarano ha fatto di nuovo parlare di se. Soprattutto, e qui si viene incontro, perché è evaso per ben due volte in occasione della sua sentenziata detenzione in carcere. Se un uomo del genere può tranquillamente evadere, e non si tratta di Arsenio Lupin, a che scopo usare il carcere come mezzo di redenzione, se così la si può chiamare?
Molto probabilmente il concetto di condanna dovrebbe essere aggiornato alle nuove realtà. Perché sotto un certo aspetto può essere castrante non solo lo stare in cella, ma magari dover stare a piede libero con innumerevoli privazioni. Cioè costruire un sistema carcerario fuori dalle prigioni, con castrazioni che coinvolgono più della libertà di movimento. Si può partire dai social network fino ad arrivare alla tracciabilità via satellite di ogni singolo detenuto, monitorato giorno e notte nella vita comune.
E oltre a quel monitoraggio si può aggiungere la singola condanna, cioè la privazione singola a cui si deve andare incontro.
Se adesso il sistema sanitario sempre più “dirige” i propri malati da casa loro, non si può oltre ai domiciliari creare nuove forme di detenzione che permettano costi sostenuti del sistema carcerario con i detenuti fuori dal carcere?

Cronaca: “Una madre impazzita e gli investimenti sbagliati”

C’è stata una mamma che nel milanese, sventata da danni irreparabili alla sua persona e alla sua famiglia per merito dei pompieri, ha letteralmente gettato le sue due figlie dalla finestra. Se non ci fosse stato il telo dei Vigili del Fuoco a quest’ora ci sarebbe una camera ardente aperta per le due bambine dentro due bare bianche. Il tutto sembrerebbe causato da un sindrome post parto. Se ci si aggiunge che la donna prendeva antidepressivi, il cocktail è prontamente servito.
Forcaiolismo a parte – perché ce ne sarebbe da dire ad una amministrazione lombarda prima che comunale che vanta meriti assoluti ma poi si trova davanti a certi casi di cronaca – una cosa balza all’occhio: si è lasciata allattare una donna che prendeva antidepressivi. A digiuno di competenza medica, non sarebbe tanto sbagliato pensare che per un verso o per un altro quei medicinali potessero passare dalla donna alla figlia da allattare. E quindi si potrebbe pensare che c’è stato uno sbaglio da parte della pediatra responsabile a far allattare la donna. Forse era meglio il latte in polvere, che ha tanti demeriti ma di psicofarmaci fino ad oggi non se n’è sentita notizia di esistenza al suo interno.
In un momento storico in cui le statistiche vengono fuori, e se vengono fuori vuol dire che non c’è da star sereni, con cali di demografia, gli enti statali dovrebbero investire in maniera più diversificata nella cura dei neonati con figure professionali mediche che non debbano guardare l’orologio con fretta perché hanno altri pazienti da guardare. Che non debbano correre e quindi lasciare al caso problemi come questo. Perché sarebbe bastata da parte delle due figure, il pediatra e lo psichiatra, una diversa attenzione verso il caso della donna, e due bambine salvate per miracolo non avrebbero adesso bisogno di uno psicologo infantile. Certamente per metabolizzare da una parte la caduta dalla finestra, dall’altra la caduta di fiducia nel proprio genitore femmina.
Soldi spesi in più quando se ne poteva spendere meglio fin dall’inizio…

Cronaca: “Il furbetto del cartellino e la ‘furbizia’ statale mancata”

Il lavoro è una componente della vita delle persone. Chi più chi meno, chi in proprio e chi per altri, e tutte e due le cose mischiate: lavorare fa parte della vita quotidiana. Ci si rapporta con il proprio prossimo e si cerca di sopravvivere tanto al proprio prossimo quanto a ciò che si vive.
Non bisogna però dimenticare che la grande spartizione nel mondo del lavoro è data dalla discrepanza tra pubblico e privato, cioè i due maggiori datori di lavoro. Del privato è piena l’attività dei sindacati di notizie e di vertenze che potrebbero riempire d migliaia di pagine un eventuale bollettino. Il pubblico, da qualche tempo a questa parte, sembra essere sempre più l’amore-odio del momento.
La notizia in se è abbastanza comune, pur non uscendo a sei colonne sui maggiori quotidiani. Si tratta dei cosiddetti furbetti del cartellino. Cioè di quelle persone che timbrano il cartellino regolarmente – altrimenti non ci sarebbe lo stipendio a fine mese – ma nella realtà dei fatti sono a fare tutt’altro nella loro vita tranne lavorare per l’ente pubblico di cui fanno amministrativamente parte.
C’è bisogno di una condanna? Più che altro, ad avviso di chi scrive, ci sarebbe bisogno di responsabilizzazione. Cioè fare in modo che chi sia dell’impiego pubblico abbia una deontologia da rispettare come tutti gli altri lavori esistenti, partendo dai dottori fino giù alle cooperative. E soprattutto, dall’altro lato, ci vorrebbe da parte dello Stato la capacità di conciliare il privato con il pubblico dei propri lavoratori. Perché la maggiore “scusante”, se così la si può chiamare, che i furbetti addebitano per le loro mancanze sul posto di lavoro è la vita quotidiana del singolo. Esistono del casi di assoluto fanc***ismo, non si può negare. Ma per tutte quelle mamme che devono andare a fare la spesa o devono guardare i figli o per quei signori che hanno necessità da orario di ufficio a cui dover adempiere non si può studiare qualcosa?
Non può lo Stato per certi versi e in certe direzioni scialacquone provare a venire incontro a tutti quelli che non ce la fanno veramente a conciliare privato e lavoro, magari con convenzioni o altri meccanismi che permettano di fare tutto compreso lavorare?

Esteri: “Le elezioni americane e le parole della gente”

Il “gioco della democrazia” è qualcosa di molto fragile. Perché basta una parola di troppo e si può perdere di colpo. Non solo il potere di cui si è insigniti, ma perfino la capacità di governare. Forza Italia, a parte i propri afficionados, si può affermare che ci penserebbe un paio di volte in più a lanciarsi in una campagna politica molto forte, visti i risultati del passato. Nessuno vieta di fare politica, ma certe volte è importante avere una determinata coscienza nel fare o dire qualcosa che possa affossare più di quanto non si è nel pantano.
Tutto questo per dire che nelle elezioni americane quest’anno si potrà vedere, forse più delle altre volte, una lotta all’ultimo sangue. Una battaglia tra chi tiene meglio le briglie dell’opinione pubblica. Tra chi offre la parola adeguata e, in un altro angolo del tavolo, offre la parola migliore. Che sono due parole differenti, si potrà notare. Perché nel primo caso si da alla gente quello che sa già ma esaltato dal potere che vorrebbe fare di quel verbo la strada del paese. Nel secondo caso, invece, si parla tra la testa e la pancia, in un connubio di quello che fa andare a votare perché si vuole una vita politica e governativa fatta di convinzione e quello che fa andare a votare perché logicamente non si può fare diversamente.
Di certo, in campo i due schieramenti avranno ben fatto le loro soppesate, i loro calcoli. Avranno detto a se stessi che, per sopravvivere, bisogna fare in un modo che in un altro. Magari perdere ma raggranellando postazioni nel Parlamento. Così da poter fare qualcosa senza essere nella ‘stanza dei bottoni’.
Un presidente salterà fuori, questo è certo. La cosa ignota è quale parola andrà per la maggiore.
Si spera che il silenzio non sovrasti tutto potente e implacabile…

Cronaca: “Una giovane donna di 12 anni e il bullismo”

Sembra strano che a 12 anni si possano avere delle tendenze suicide. Ma, purtroppo, al fondo del barile non ci si arriva mai, pur scavando e scavando. Questa notizia, e del link si consiglia la lettura, è il chiaro esempio di un paio di cose.
La prima è che una volta, sotto considerazione dei genitori e degli adulti più che dei bambini, quella che si può chiamare una coscienza sociale non esisteva. Si era degli ometti o delle signorine e la cosa finiva li. Oggi il tempo della società e della socialità arriva prestissimo, forse troppo presto.
La seconda cosa riguarda il gruppo in cui alle volte, proprio malgrado, si è inseriti. Si potrebbe pescare dalla letteratura Dickensiana per trovare dei metri di paragone, cioè il fatto che ogni età trascina con sé regole e comportamenti tipici. Come quello del bullismo, in questo caso ancora da confermare visto che c’è una indagine in corso. Però oggi c’è la psicologia che aiuta più della letteratura a comprendere di cosa si sta parlando. Quindi si può passare da un romanzo dell’ottocento ad un libro di educazione contemporaneo, per dire che il gruppo e la sua etichetta, forse oggi più di ieri, hanno una importanza davvero capitale.
La terza cosa, e in questo caso l’ultima, riguarda la coscienza che sembra esserci oggigiorno nei figli adolescenti o pre-adolescenti moderni. E’ impressionante aver letto nella notizia che la premeditazione era di una settimana. Quasi fosse necessario preparare l’atto da compiere. Non denota questo una maturità, o una forma di essa, che altrimenti si troverebbe negli adulti più attempati, e non in una chiamabile bambina?
Alla fine, ciò che veramente si può dire che conti, è che il bullismo e le sue forme derivate non sono un atto statico. Bensì dinamico, che evolve. Tanto nelle vittime quanto nei cosiddetti carnefici. E proprio per questo non si dovrebbe mai finire di studiarlo, di analizzarlo pezzo per pezzo per smontarlo definitivamente…

Sport: “Il calcio che ricomincia… e si fa vedere”

Le vacanze di Natale e Capodanno hanno fatto il loro corso. E adesso, sui campi di calcio, si ritorna a sgambettare allegramente, e soprattutto capillarmente, visto che uno stadio vuoto sono soldi che vanno in fumo.
Che il calcio sia soprattutto un business è il segreto di Pulcinella. Ma sotto sotto viene difficile pensare che chi se ne sta ogni santa giornata di campionato a fare avanti e indietro sul campo da gioco non abbia un germe di passione. Non abbia, detto più semplicemente, la voglia di giocare. Il fatto è quando questa voglia di giocare la si conta in banca, in moneta sonante. Alle volte superando il limite massimo della capacità di spesa personale.
Cioè: si diventa ricchi, pieni di soldi. Che devono servire a qualcosa, altrimenti non si giocherebbe nemmeno.
C’è chi investe i soldi nelle imprese, chi in economia. Ma per la maggior parte si spendono i soldi per farsi la casa. E tra i tanti calciatori che esistono si può trovare chi la mostra alle telecamere delle televisioni. Cristiano Ronaldo, in un Video rilanciato dal Corriere Della Sera,  ha fatto questo: ha mostrato a tutti la sua lussuosissima villa.
E’ forse da condannare uno come lui?
Magari si, magari no. Da un lato non si può negare la legittima libertà di fare quello che si vuole con i propri soldi. Dall’altro versante c’è però una responsabilità che viene difficile negare platealmente, cioè l’essere un esempio per tanti tifosi.
E se tu sei l’esempio per persone che in certi casi raschiano il fondo del loro personale barile per venirti a vedere allo stadio, dovresti per lo meno avere un senso della moderazione più alto, più acuminato. Dovresti far passare il messaggio che anche se si hanno i soldi non li si butta dalla finestra per qualcosa che supera la soglia della sufficienza. Si può ottenere una casa accogliente, come tanti programmi sull’arredamento insegnano, con poco. Alle volte con niente. E non suscitare, con derive pericolose nelle case da gioco e da scommessa, l’istinto di cercare ad arrivare ad un risultato simile. Quando per la maggiore si è un semplice operaio con famiglia a carico.
Però a questo punto bisogna fare un conto. Il resto dei soldi, se non si li spende per se stessi, dove lo si potrebbe mettere? Di certo non tutti in banca, a fare la muffa. E di certo non buttati nel cesso in imprese di cui ci si interessa poco, e che le si mette, novanta su cento, in cantiere solo per fare scena.
Un pezzo lo si potrebbe, volendo, mettere al servizio del proprio prossimo. Di chi potrebbe vivere onorevolmente con una manciata scarsa, alle volte scarsissima ma veramente scarsissima, di quello che tu calciatore guadagni in pochi mesi. Non si vuole fare per forza del buon samaritanesimo. Ma un occhio abbondante a tante realtà che con poco farebbero tanto lo si potrebbe dare…