Cultura: “Il potere ‘stupefacente’ della parola”

La parola è qualcosa di davvero portentoso. Se la si cerca nelle cose, non si può fare a meno che usufruire degli occhi per leggerla nelle lettere allineate della scrittura. Se invece la si cerca nelle persone, l’orecchio, in alcuni casi l’occhio per il labiale, si drizza e va a cercare il suono della voce dell’interlocutore.
Quello che però si vuole sottolineare, adesso, è il potere che una parola dopo l’altra, frase dopo frase, ha nel calamitare da parte di uomini e donne ascoltatori/lettori l’attenzione. Si possono trovare al mondo degli insiemi di parole che possono fare dei veri e propri miracoli, a chi fanno effetto.
A nessuno è mai capitato di ascoltare il testo di una canzone e trovarci un mondo dentro, una vera e propria dimensione fantastica ma non fuori dalla realtà? Probabilmente, chi più chi meno, ognuno ha avuto la propria folgorazione. E per la maggior parte la sensazione è bella, positiva.
Ma quando la sensazione è negativa cosa fare?
Quando si ascolta qualcosa che non fa piacere, che porta alla mente dei brutti ricordi, il rimedio quale può essere?
La sensazione, alla fine, può essere qualcosa di voluto, più che di ottenuto. Cioè gli uomini investono sulle proprie parole attirando a se persone di un determinato tipo, e lasciando da parte tutti gli altri. Ed in questo fatto la distinzione: chi si attira ottiene beneficio, chi si allontana ottiene sgradevolezza. Quindi molto probabilmente la sgradevolezza da parte di qualcuno può essere la gradevolezza da parte di qualcun’altro. In pratica non si fa altro, ostinatamente di potrebbe dire, che cercare chi ci da piacere e allontanare chi non ce ne da. Una specie di droga.
La parola in quanto stupefacente offre poteri davvero forti. Ma alla volte non si sa come mai il maleficio delle proprie parole, il cattivo taglio in termini drogherecci, è superiore al beneficio, cioè lo sballo fine a se stesso da cui poi alla fine ti risvegli magari più carico di prima. Beneinteso: non bisogna drogarsi per parlare bene. Ma se non si è in grado di “tagliare bene” la propria merce, le proprie parole, chi ti sta di fronte assorbe lo sballo malefico che gli produci e, se non soddisfatto della tua merce o malauguratamente morto, va da un altro tuo ‘collega’ e chiede qualcosa di meglio.
Il potere della parola è quindi pericoloso? In tutta franchezza si. A chiunque può essere capitato di dire una parola di troppo, e di averne pagato le conseguenze. In questo sta poi, se vi si presta attenzione, l’arte delle parole, dove ogni discorso negativo è la base di uno positivo. Cioè l’affinare, rimanendo nell’ambito delle droghe, la tagliatura di quello che diffondi.
Fatto il danno che cosa succede? Che probabilmente ti sei allontanato o che sei stato allontanato. Altrove esiste ‘merce’ migliore della tua. E qualcuno va a cercarla, se non tu.
La domanda iniziale è stata cosa fare in caso di sensazione negativa. Ma bisognerebbe distinguere dal caso in cui tu sei l’artefice o sei la vittima. E sono due casi completamente diversi. Nel primo fai del male, nel secondo lo ricevi. E si potrebbe discutere all’infinito all’insegna della domanda: “qual’è il sesso degli angeli?”
Volontarietà o meno, la parola resta il miglior modo di provocare qualcosa, perché poche altre cose riescono dove riesce lei. Il resto non colpisce così in profondità.

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